Sei analfabeta e non lo sai: guida di sopravvivenza al mercato del lavoro
Il 46,3% degli italiani è analfabeta funzionale (OCSE 2015). Come l'analfabetismo funzionale sabota carriera e assunzioni, e il metodo per uscirne.
L'analfabetismo funzionale è l'incapacità di capire, valutare e usare le informazioni che leggiamo ogni giorno. Secondo i dati OCSE del 2015 riguarda il 46,3% degli italiani. Sul lavoro produce candidature a caso, opinioni senza basi e carriere scelte per inerzia. La via d'uscita è un metodo: domande di contesto, conoscenza dei bias cognitivi, comunicazione studiata.
Qualche tempo fa ho chiesto a un amico: "Secondo te, i giovani vanno in chiesa?". Risposta immediata: no. Gli ho chiesto da dove arrivasse tutta questa certezza. "Beh, io non ci vado". Fine del ragionamento. Un campione statistico di una persona, lui stesso, promosso a fotografia di un'intera generazione.
Io lo chiamo ragionare col culo: esprimere un'opinione senza possedere informazioni. Il mio amico ha fatto quello che facciamo tutti, me compreso, più spesso di quanto ammettiamo: ha preso la sua esperienza personale e l'ha spacciata per un dato.
Dal 2016 gestisco community di studenti universitari, e la domanda che ricevo più spesso suona così: "Com'è Ferrero? Me la consigli come azienda?". Sembra una domanda sensata. Chi la fa immagina che esista un signor Ferrero da recensire come un ristorante su Google.
Un'azienda con mille dipendenti genera mille esperienze diverse. Io ho cambiato quattro capi nella stessa azienda e mi sembra di aver vissuto quattro aziende diverse. Chiedere "com'è Ferrero" senza chiedere in quale funzione, con quale capo, su quale progetto, significa raccogliere una risposta inutilizzabile.
Il punto scomodo è che l'analfabetismo funzionale colpisce anche chi legge, ha una laurea e si sente informato: gente che poi decide della propria carriera con il metodo del mio amico. Zero informazioni, opinione pronta.
Che cos'è l'analfabetismo funzionale e perché ti riguarda?
Un analfabeta funzionale sa leggere e scrivere, ma non riesce a usare le informazioni che riceve per formarsi un'opinione o prendere una decisione. In Italia, secondo i dati OCSE del 2015, è in questa condizione il 46,3% della popolazione: quasi una persona su due.
Lo stesso quadro OCSE del 2015 dice che solo il 27% degli italiani ha una laurea e solo il 20% guadagna più di 30mila euro lordi all'anno. Metti in fila i tre numeri: un paese che non capisce quello che legge, studia poco e guadagna poco. Faccio fatica a considerarla una coincidenza.
Il problema è che questa condizione non si vede allo specchio. Gli psicologi David Dunning e Justin Kruger hanno dimostrato che le persone meno competenti in un campo tendono a sovrastimare la propria preparazione: non conoscono le cose, quindi le banalizzano.
Vuoi un test rapido? Se ti definisci un buon comunicatore, scrivi una tecnica di comunicazione senza aprire Google. Se non ti viene in mente niente, hai appena dato una risposta da analfabeta funzionale. Tranquillo: ci siamo passati tutti, io per primo.
Le conseguenze le paghiamo insieme. Il 70% delle persone è scarsamente coinvolto in quello che fa ogni giorno (fonte: Gallup, citata da Fabio Viola in L'arte del coinvolgimento). Chi non si fa domande accetta la prima offerta che passa, finisce in un posto non adatto e ci resta. È come avere un problema di salute e rivolgerti a un medico a cui della tua salute non importa niente.
Il mercato del lavoro è uno scambio di segnali
Un'impresa non saprà mai quanto sei davvero bravo e produttivo finché non ti assume. I colloqui avvengono in una condizione che gli economisti chiamano asimmetria informativa: tu conosci il tuo valore, chi ti valuta no.
La teoria dei segnali, formalizzata dall'economista Michael Spence, descrive proprio questo: un soggetto trasmette informazioni, un altro deve valutarle senza poterle verificare fino in fondo.
Il recruiter vede solo i segnali: voto di laurea, università, esperienze all'estero, tirocini, progetti personali, il modo in cui scrivi. Il tuo CV è un pacchetto di segnali, e i segnali forti si costruiscono in anni, con pazienza. Su questi puoi agire. Sulle valutazioni dall'altra parte, no.
Le valutazioni, peraltro, sono di due tipi: quelle oggettive (contenuto del CV, tempi, competenze) e quelle di contesto: quello che offri serve a quell'azienda, per quel posto, in quel momento? Se vieni scartato, spesso è perché cercavano uno struzzo e tu sei un paguro. I tuoi segnali non si incastravano con quel contesto, tutto qui.
Il personal branding, tolto il vestito da guru, è esattamente questo: costruire nel tempo segnali coerenti con l'identità professionale che vuoi avere. Vale per il mercato del lavoro dei giovani alla prima candidatura e vale per l'imprenditore che deve farsi scegliere da clienti e candidati. Chi non emette segnali lascia che gli altri decidano al buio. Al buio, di solito, scelgono qualcun altro.
I bias cognitivi che ti fanno ragionare col culo
Il cervello usa scorciatoie per decidere in fretta e senza fatica. I bias cognitivi sono queste scorciatoie applicate al momento sbagliato, e sul lavoro presentano conti salati.
Il bias di conferma ci fa cercare solo le voci che ci danno ragione. L'effetto alone ci fa generalizzare una singola caratteristica: "Giacomino vive al mare e sta bene, che sogno vivere al mare". Il bias di omissione ci tiene fermi per paura di sbagliare, senza farci notare che non scegliere è già una scelta. Il bias del presente ci fa preferire la gratificazione immediata ai guadagni che arrivano nel tempo.
Poi c'è la profezia che si autorealizza. "Se gli uomini definiscono determinate situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze", scriveva il sociologo William Thomas.
A 22 anni mi sono candidato a una summer school in Germania che chiedeva inglese B2, scrivendo nella mail: "Invio il mio CV ma suppongo di non avere un buon livello di inglese". La risposta me la ricordo ancora: non dire mai a chi seleziona che non sei abbastanza qualificato. Mi ero sostituito al selezionatore, sabotando i miei segnali con le mie mani.
La stessa dinamica, vista dal lato del capo, si chiama effetto Pigmalione: se il tuo capo crede che tu sia bravo, ti darà più informazioni, progetti più pesanti, il diritto di sbagliare con serenità. Se non capta le tue potenzialità, con quel capo la tua carriera va a picco.
Sotto tutto questo lavora il locus of control, il posto dove collochi le cause di quello che ti succede. Chi ce l'ha interno pensa che i risultati dipendano dalle proprie azioni, e agisce. Chi ce l'ha esterno dà la colpa al destino, al mercato, "alle aziende", e si lamenta. Insomma: c'è chi piange e c'è chi vende fazzoletti.
Come si cura l'analfabetismo funzionale? Con le domande di contesto
La cura esiste e parte dalle domande, prima ancora che dalle risposte. Prima di esprimere un'opinione bisogna formarla: inquadrare l'argomento, studiare, confrontarsi con qualcuno, e solo alla fine parlare. Se una cosa non la sai, la regola è brutale ma efficace: stai zitto.
Torniamo a Ferrero. "Un mio amico ci lavora e mi ha detto che sta malissimo". Domande di contesto: in quale funzione lavora? Che ruolo ha? Da quanto tempo? Malissimo cosa significa? Ha un capo burbero, o odia quel mestiere a prescindere? Ogni risposta trasforma un giudizio inutilizzabile in un'informazione.
Il meccanismo vale per qualsiasi frase sul lavoro. "Le aziende assumono di più gli ingegneri": quali aziende? In quale paese? Di più rispetto a chi? "La gente", "loro", "le aziende", "all'estero" sono il nemico invisibile: entità astratte evocate per reggere ragionamenti che da soli non stanno in piedi.
Anche "Apple ha fatto l'iPhone" nasconde una trappola: il signor Apple non esiste. Esistono migliaia di persone, con capi, progetti e umori diversi, che chiamiamo Apple per comodità.
Prova con questa serie: uno, tre, cinque, sei, sette. Quale numero viene dopo? Se stai cercando una formula matematica, ti sei fregato da solo. La regola era una sola: ogni numero deve essere più alto del precedente. Nove va bene, ma anche otto, o cento. Diamo per scontate regole che esistono solo nella nostra testa, e poi le chiamiamo realtà.
Questo, alla fine, è il pensiero critico applicato al lavoro: smontare le frasi prima di berle, contestualizzare prima di giudicare. ⚠️ Un avvertimento: dai bias non si esce mai del tutto, io per primo ci ricasco. Questi sono modellini che riducono gli errori, mica interruttori che li spengono.
Cosa cambia quando smetti di ragionare col culo
"Conosci il tuo demone e capisci il tuo limite", suggeriva l'Oracolo di Delfi: scopri in cosa sei bravo davvero e trova il contesto su misura per te. Il percorso parte dall'autoanalisi: descriviti in 500 caratteri, fai leggere il testo a tre persone che ti conoscono bene e confronta la loro percezione con la tua. Le sorprese arrivano sempre.
Da lì in avanti i benefici si sommano. Scegli percorsi adatti a te invece di accettare il primo binario disponibile. Costruisci segnali che il mercato riesce a leggere. Le relazioni iniziano a lavorare per te: se trasmetti un'identità chiara, quando qualcuno avrà bisogno di quella specifica competenza penserà a te. Un progetto, un posto di lavoro, una presentazione. Il posizionamento funziona così nel marketing e funziona così nella carriera.
La comunicazione, poi, moltiplica tutto. Dovevo coinvolgere tre persone in un percorso di coaching. Primo tentativo: "Vuoi fare il coaching?". Zero su tre. Secondo tentativo: "Vorrei parlarti di una cosa, ma è solo per persone con una mentalità aperta". Tre su tre. Stesse risorse, parole diverse, risultato opposto.
Vale identico per le aziende, ed è il motivo per cui con ConfuMedia passo le giornate su questo: chi ragiona chiaro comunica chiaro, chi comunica chiaro si differenzia, chi si differenzia viene ricordato da candidati e clienti. In un mercato dove quasi metà delle persone non usa le informazioni che legge, il pensiero critico diventa un vantaggio competitivo che si vede in cassa.
Il 46,3% degli italiani non arriverà mai in fondo a un articolo come questo. Tu ci sei arrivato, quindi la statistica puoi ancora sceglierla. La prossima opinione che stai per dare, fermati un secondo e chiediti: la sto formando o la sto solo ripetendo?