Employer branding rotto: perché la tua azienda non riesce ad assumere
Budget di employer branding +46% e candidati spariti: quando il lavoro che offri fa schifo, nessuna campagna lo vende. Da dove ricominciare davvero.
L'employer branding si rompe quando la comunicazione vende un lavoro che la realtà smentisce: il 59% dei candidati dichiara che la comunicazione delle aziende non riflette la realtà interna (fonte: Deloitte). Per attrarre candidati devi prima sistemare il prodotto, cioè il lavoro stesso, e poi raccontarlo nei posti dove i candidati stanno davvero.
Nel 2025 l'employer branding è diventato un prodottino fresco fresco da vendere. Lo compri, lo lanci, lo sponsorizzi. Costa, a volte tantissimo. Se però il tuo prodotto è il lavoro stesso, e quel lavoro fa schifo, venderlo diventa un'impresa.
I numeri raccontano il paradosso. Secondo LinkedIn, i budget dedicati a questo tipo di comunicazione sono cresciuti del 46% tra il 2021 e il 2023 (fonte: LinkedIn). Eppure sempre più aziende si lamentano che "non trovano candidati". Metti insieme i due numeri: budget su del 46%, fiducia sotto i tacchi, con quel 59% di candidati che in pratica ti sta dicendo "per me racconti solo palle".
La copertura ce l'hai: ti vedono benissimo. Quello che manca si chiama desiderabilità. Le aziende devono convincere le persone a lavorare per loro, e sempre più spesso non ci riescono. Detto brutalmente: non ti si fila manco tua mamma.
Il lavoro è diventato un bullshit job (e i candidati lo sanno)
Lo penso e lo dico da sempre, ma ogni tanto serve citare qualcuno di più autorevole. David Graeber, antropologo della London School of Economics: "Abbiamo creato lavori inutili che servono solo a riempire i tempi morti dell'economia" (Bullshit Jobs, 2018). Deck da 100 slide. Call che non servono. Progetti copia e incolla con KPI inventati e impatto nullo.
Aggiungici mille post di gente che si lamenta, con la solita narrativa: aziende che sfruttano, stipendi bassi. Poi ci stupiamo se nessuno si candida? Per molte persone il lavoro ha perso significato, e noi proviamo a compensare con storytelling e reel.
Come insegna Daniel Kahneman, però, l'esperienza non può essere sostituita dalla narrazione. Se vivi una realtà incoerente con quella che ti hanno raccontato, smetti di fidarti. Spoiler: te ne vai.
Il contesto italiano peggiora il quadro. Molte aziende, anche di media dimensione, non hanno una funzione HR strutturata, figuriamoci un presidio dedicato all'attrazione dei candidati: chi dovrebbe occuparsene gestisce anche ferie, stipendi e malattie. Quando finalmente si comunica, si copia dalle grandi aziende, che a loro volta copiano da altre grandi aziende. Un loop di piattume e omologazione.
C'è poi un tema più profondo, almeno secondo me: l'imprenditore medio italiano spesso apre l'azienda per sopravvivere, prima ancora che per generare valore. Scappa da un capo per non avere più un padrone e finisce per replicarne il modello. Risultato: un mercato di aziende che comunicano tutte uguale, claim tipo "le persone al centro", senza mai chiedersi perché qualcuno dovrebbe sceglierle.
Il brand è ciò che pensano di te quando non sei nella stanza
Molte aziende mi dicono "dobbiamo fare employer branding" e scaricano tutto sull'ufficio HR. La partita però si gioca sulla brand perception, un terreno dove si mischiano HR, marketing, comunicazione, brand e prodotto.
Quando dico brand non parlo del loghetto o dei colori: parlo di un costrutto cognitivo, tutto ciò che le persone pensano di te quando tu non sei lì a rappresentarti. Si costruisce con esperienze coerenti su ogni touchpoint, mica solo con i post. Dichiari attenzione alla sostenibilità e poi non fai nulla di concreto? Qualcosa si rompe.
Gli studiosi lo chiamano "category frame": se il tuo brand finisce incasellato in una categoria irrilevante o negativa, in bocca al lupo. I candidati non si presentano perché non sei nella loro testa. Oppure ci sei, ma nel modo sbagliato.
Perché le aziende non trovano candidati?
Due motivi principali: comunicano dove i candidati non sono e comunicano tutte nello stesso modo. È una semplificazione, lo so, di motivi ce ne sono altri: questi due però spiegano gran parte della talent attraction che non funziona.
Primo motivo: per attrarre qualcuno devi sapere dove sta. La Gen Z, per dire, su LinkedIn quasi non esiste: la trovi su YouTube, TikTok, Reddit, Discord, nelle community, nei contenuti generati dai pari. Molte aziende insistono con foto stock e tone of voice finto gentile sul canale sbagliato. Il modello di Fogg (Behavior Model) lo spiega bene: un comportamento avviene solo se ci sono motivazione, abilità e un trigger nel contesto giusto. Comunichi nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, senza dare un senso? Non succede nulla.
Secondo motivo: le aziende copiano. La teoria della legittimità mimetica (Meyer e Rowan, 1977) mostra che nei momenti di incertezza le organizzazioni imitano quelle ritenute più affidabili, perché copiare sembra più sicuro che creare. A livello cognitivo si aggiunge lo status quo bias: preferiamo ciò che conosciamo anche quando non funziona.
Ecco spiegati i claim fotocopia. Aziende che cercano soltanto di non sbagliare. Il paradosso è servito: chi non si differenzia non viene mai scelto. Vale per i candidati e vale per i clienti. Ogni candidato bravo che non ti considera lo paghi due volte, nel recruiting che si allunga e nell'assunzione di ripiego, che quando si rivela sbagliata costa in media 30.000 euro (fonte: Society for Human Resource Management). Stesso conto, riga diversa, per i clienti che non ti mettono in short-list: la riconoscibilità, alla fine, si misura in cash flow.
Employer branding che funziona: da dove ricominciare
Primo: costruisci un brand di valore, mica solo "employer". Smetti di raccontare com'è lavorare con te e dimostralo: video, iniziative, fatti. Lascia perdere i proclami su inclusione e diversity, educa le tue persone a essere inclusive e mostralo con i comportamenti quotidiani, altro che certificazioni pagate. Basta anche con i "profili migliori": migliori rispetto a cosa? Piuttosto crea un contesto che favorisca davvero l'ingresso. Vuoi lavorare da remoto? Lavora da remoto. Sembra semplice, e proprio per questo quasi nessuno lo fa.
Secondo: investi nei touchpoint che contano. Chiediti dove ha senso pubblicare, se LinkedIn serve davvero al tuo caso, quali canali frequenta chi vuoi assumere. Costruisci profili "people" al posto di quelli corporate: il profilo BIP People, che racconta le persone invece dei prodotti, resta un buon esempio. Entra nelle community, collabora con i creator, forma creator interni: nessuno racconta un'azienda meglio di chi ci lavora. Con ConfuMedia costruisco presenze di questo tipo per aziende B2B, e la parte difficile resta sempre la stessa: avere qualcosa di vero da mostrare.
Terzo: sistema il prodotto. Stipendio, benefit e ambiente evitano l'insoddisfazione; la motivazione nasce da crescita, autonomia, senso e coinvolgimento. Il meccanismo l'ho smontato pezzo per pezzo parlando di perché la motivazione dei dipendenti non si compra. Le persone non vogliono solo lavorare: vogliono sapere perché lo fanno, e soprattutto per chi. Come dice Seth Godin, "le persone non comprano prodotti o servizi, comprano storie, relazioni e significato". Vale identico per un posto di lavoro.
Il candidato che non si candida ti sta dando un'informazione, l'unica che conta: non gli hai dato un motivo per farlo. Hai investito nel sito, nei reel, nei claim, e hai trascurato il prodotto. Se il prodotto è il lavoro, si riparte da lì. Altrimenti continuerai a pagare employer advertising quando ti serviva dare un senso a quello che fai.
La domanda da farti prima di approvare il prossimo piano di comunicazione ha otto parole: perché qualcuno dovrebbe voler lavorare proprio da te?